Jul
12
2012
Dichiarazione di voto per la ratifica del trattato Fiscal Compact
Senato della Repubblica, 12 luglio 2012

Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, il Gruppo PD esprimerà un voto favorevole sulla ratifica del Trattato riguardante il cosiddetto fiscal compact e lo farà con consapevolezza e convinzione.

Innanzitutto, lo farà con consapevolezza. Votando sì a queste poche pagine, ribadiamo il nostro voto favorevole alle due decisioni più impegnative, che a pieno titolo possono essere definite costituenti, che questo Parlamento ha assunto nella corrente legislatura.

Votando sì, infatti, non ci assumiamo un generico impegno di disciplina fiscale. Votando sì vincoliamo il nostro Paese e dunque il Governo attuale, ma anche quelli che verranno - attenzione, colleghi: chiunque governerà dopo le elezioni del 2013 e nell'arco almeno del decennio successivo - a rientrare dal debito, a dimezzare l'enorme stock del nostro debito pubblico al ritmo di un ventesimo l'anno della differenza tra l'attuale 120 per cento del PIL e il livello del 60 previsto dal Trattato di Maastricht.

Per essere chiari ed espliciti, si tratta di ridurre il debito di qualcosa come 50 miliardi di euro l'anno per molti anni. Ma non si tratta, cari colleghi della Lega, di una novità. Avevamo già preso questo impegno. L'aveva presa il governo Berlusconi con il ministro Tremonti e con la Lega che lo sosteneva, con il nostro leale sostegno (Applausi dal Gruppo PD), attraverso il cosiddetto six pack (Commenti del senatore Bricolo) che è stato negoziato da voi, dal vostro Governo, con il nostro convinto sostegno. Oggi lo ribadiamo. Al contrario di voi, noi ribadiamo il nostro sostegno e lo riaffermiamo nella forma solenne del trattato internazionale.

La seconda decisione che confermiamo votando sì a questa ratifica è l'impegno del pareggio strutturale del bilancio, non solo oggi e per gli anni che ci separano dall'obiettivo di ridurre il debito al 60 per cento del PIL, ma anche domani in via permanente, inserendo questo principio come abbiamo fatto nella nostra Costituzione. Anche in questo caso si tratta di confermare un impegno che abbiamo già preso e che per la parte formale abbiamo già assolto, riformando - qui il carattere costituente non potrebbe essere più chiaro - l'articolo 81 della Costituzione.

Qualcuno ha detto, in particolare a sinistra, che con questa decisione avremmo messo Keynes fuori legge. Semmai abbiamo messo fuori legge - se così si può dire - la caricatura di Keynes, quella che riduce il più grande economista del 900 ad apostolo del deficit-spending. Pochi giorni fa, Ignazio Visco, il quale, oltre ad essere il Governatore della Banca d'Italia, è anche un economista che si è formato alla scuola del grande Federico Caffè, ha detto che "il pareggio di bilancio non può essere criticato da chi dice che Keynes non l'avrebbe sottoscritto. Keynes era per il pareggio di bilancio depurato dagli effetti del ciclo economico". Si tratta esattamente del concetto di pareggio strutturale del bilancio che abbiamo inserito nella nostra Costituzione. (Applausi della senatrice Garavaglia e del senatore Peterlini).

Resta il fatto che, ratificando le poche pagine del Trattato fiscal compact, riaffermiamo solennemente due decisioni che impegnano e vincolano il nostro Paese - lo ripeto - chiunque governerà nei prossimi anni, a perseguire due obiettivi di straordinarietà difficoltà ed ambizione, quali il rientro rapido dal debito e il pareggio strutturale del bilancio.

Accanto alla consapevolezza del carattere arduo e impegnativo delle decisioni che stiamo prendendo, c'è la ferma convinzione che esse perseguono il giusto interesse del Paese, un interesse sempre più intrecciato con l'interesse dell'Europa. È infatti interesse primario dell'Italia, e non solo doverosa osservanza di un vincolo europeo, uscire dalla lunga stagione della crescita del debito, non fosse altro perché ormai da troppi anni a crescere è stato ed è solo il debito, mentre il prodotto si è fermato e oggi sta paurosamente regredendo.

È dunque interesse primario dell'Italia chiudere il capitolo degli impegni nel campo della disciplina fiscale, i cosiddetti nostri compiti a casa, per aprire subito il capitolo del rilancio della crescita economica e della ripresa dell'occupazione. Dopo il fiscal compact serve il growth compact, il patto per la crescita, del quale sono state gettate le fondamenta nell'ultimo Consiglio europeo, nel quale l'Italia ha potuto giocare un ruolo da protagonista non solo per l'autorevolezza del presidente Monti, così efficacemente supportato dal ministro Moavero Milanesi e dall'ambasciatore Nelli Feroci, che ringraziamo per il grande lavoro che hanno svolto e che continuano a svolgere nella relazione tra l'Italia e le istituzioni europee, ma proprio perché l'Italia poteva presentarsi con le carte in regola sul terreno del rigore e della disciplina fiscale.

Del resto, come il presidente Monti ama ripetere, disciplina fiscale, crescita economica ed equità sociale sono componenti della stessa politica, una sola politica, perché non c'è un prima e un poi, un primo e un secondo tempo, né la possibilità di scegliere l'una senza le altre. E ciò che tiene insieme questi tre aspetti è la parola «riforme».

Per risanare la finanza pubblica, per tornare a crescere, per ricomporre le gravi disuguaglianze che la affliggono, l'Italia deve cambiare: deve cambiare lo Stato, deve cambiare la pubblica amministrazione, il mercato, il sistema produttivo; deve cambiare soprattutto il rapporto tra politica e società. Troppo a lungo è durato l'interclassismo a carico della spesa pubblica, il consenso sociale che si faceva appunto a carico della spesa pubblica, concepita come grande e inesauribile ammortizzatore sociale. Quella via oggi è preclusa dalle variabili macroeconomiche e dalle scelte che giustamente stiamo compiendo. Davanti a noi c'è una sola strada: un patto politico, un patto sociale per le riforme, per il cambiamento profondo e strutturale del Paese.

Alcuni colleghi, nella discussione generale che si è tenuta in quest'Aula nel pomeriggio di ieri e stamattina, hanno opportunamente sollevato una questione di legittimazione democratica di queste decisioni. Il collega Azzollini in particolare si è chiesto ieri se non si debba mutuare dall'esperienza della Repubblica federale tedesca l'omologazione di trattati come questo, che implicano significative cessioni di sovranità, alle leggi costituzionali, prevedendo quindi un iter rafforzato e una maggioranza qualificata.

Sul piano giuridico-costituzionale penso che la questione sia tutt'altro che peregrina e dovrebbe condurci almeno a correggere, in sede di discussione del pacchetto di riforme costituzionali, ove mai vedranno la luce e che lunedì prossimo torneremo ad esaminare in quest'Aula, la incongrua previsione di consentire un esame addirittura monocamerale dei trattati internazionali. Il presidente Dini e io abbiamo presentato emendamenti per correggere questa assurdità.

Però sul piano politico, collega Azzollini e colleghi, noi abbiamo fatto di più e meglio dei tedeschi, non solo perché con la riforma dell'articolo 81 abbiamo costituzionalizzato queste nostre impegnative decisioni anche sul piano formale e non solo perché oggi voteremo la ratifica di questo e degli altri due trattati con una maggioranza che andrà ben oltre i due terzi, come stiamo vedendo dalle votazioni, ma anche perché per prendere decisioni così impegnative abbiamo dato vita non solo ad una legge votata con i due terzi, ma addirittura ad un Governo dei due terzi, al Governo Monti, che è per l'appunto la manifestazione della comune consapevolezza, maturata anche grazie alla moral suasion del Presidente della Repubblica, che dinanzi ad un passaggio così stretto, così impervio, così impegnativo, era ed è indispensabile una convergente assunzione di responsabilità in nome dell'interesse nazionale. «L'Italia prima di tutto», ha detto giustamente e dice continuamente il segretario Bersani.

I colleghi della Lega hanno invocato un referendum popolare per non lasciare le decisioni su nodi così impegnativi a quelli che loro chiamano i «burocrati di Bruxelles». La questione è fondata, colleghi della Lega, ma è anche mal posta, consentitemi di dirlo.

Nel Consiglio europeo non ci sono i burocrati ma i Capi di Governo dei 27 Paesi europei, dunque la politica è presente. Il problema è che si tratta solo delle 27 politiche nazionali dei Paesi europei. (Applausi della senatrice Garavaglia Mariapia).

Dunque manca la politica europea e se non c'è la politica europea non c'è la democrazia europea e noi stiamo devolvendo la nostra sovranità ai rapporti di forza tra i 27 Governi e non all'Europa come tale. La presidente Bonino, ieri, ha detto parole molto chiare su questo.

Per queste ragioni la questione che pongono i colleghi leghisti è fondata ma la risposta non sta nel moltiplicare i referendum nazionali, nell'intento di opporre i popoli europei all'Europa, come i vostri manifesti prima alludevano. La risposta sta nella direzione uguale e contraria: far avanzare il processo di integrazione europea nella direzione del federalismo europeo.

La cancelliera Merkel ha lanciato una sfida buona e giusta: rafforziamo l'unione politica se vogliamo mettere in comune il debito. Noi chiediamo al Governo di raccogliere la sfida e di schierare l'Italia tra i Paesi che chiedono un salto in avanti verso l'Europa politica, verso la federazione e verso gli Stati Uniti d'Europa che hanno già il loro Parlamento ma non hanno ancora, e devono darsi, un Governo e un Presidente eletti direttamente dai cittadini europei. È anche e soprattutto per questo, signora Presidente e colleghi, che il Gruppo del Partito Democratico voterà sì alla ratifica del fiscal compact. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Colombo e Giai).

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