Benvenuti sul sito di Giorgio Tonini
Oct
23
2013
Per la riforma della Costituzione
Intervento in Aula in dichiarazione di voto sull'istituzione del Comitato per le riforme costituzionali e istituzionali.

Signor Presidente,

Signor Ministro,

Colleghi Senatori,

Il gruppo del Partito democratico rinnoverà tra poco, in sede di seconda deliberazione del Senato, il suo voto favorevole alla proposta di legge costituzionale per l'istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali.

Lo farà con la serena coscienza di corrispondere in questo modo ad un bisogno profondo e ormai anche antico del nostro Paese, nel rispetto pieno della lettera e dello spirito della nostra Carta costituzionale.

È stata più volte e assai opportunamente citata, nel corso di questo dibattito, la bellissima chiusura del discorso di Piero Calamandrei agli studenti di Milano, il 26 gennaio del 1955:

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione".

Sono parole di straordinaria forza e bellezza. Perché ci ricordano, come dice lo stesso Calamandrei in quel medesimo discorso, che la nostra Costituzione "non è una carta morta", non è, verrebbe da dire, un testo che possa essere compreso astraendolo, sradicandolo, strappandolo al drammatico, luttuoso e insieme luminoso, contesto che l'ha generato.

La nostra non è una carta morta, è una Costituzione vivente, perché partecipe della vita del popolo italiano, delle sue tragedie e dei suoi progressi, delle sue angosce e delle sue speranze. Perché è parte integrante della sua storia. E dunque vive con essa, rinasce e si rinnova di continuo, insieme alle generazioni che si succedono nel nostro Paese.

 La nostra, si potrebbe dire, è una Carta vivente, proprio perché non è una Carta perfetta, ma una Carta perfettibile. Del resto, così è la democrazia: nessun sistema democratico è perfetto. Mentre caratteristica di ogni sistema democratico, e solo di ogni sistema democratico, è la sua perfettibilità, la sua capacità di cambiare, di imparare dai propri errori, di evolvere con il popolo e nella coscienza del popolo.

 I Padri costituenti erano pienamente consapevoli della perfettibilità della Costituzione. C'è un documento straordinario che riporta in modo vivo questa lucida consapevolezza. È la lunga intervista rilasciata nel 1984, a quasi quarant'anni dalla Costituente, da Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati, a Pietro Scoppola e Leopoldo Elia.

 "Io sono convinto - dice Lazzati - che il messaggio, forse sollecitato, guidato dal gruppo che era probabilmente il più preparato, è entrato nella Costituzione: la prima parte, i principi, senza dubbio... solo che ancora adesso è da far diventare programma per un governo che voglia governare. È nella pratica di governo che la Costituzione non è entrata: è restata nel cassetto. Senza dire che alcune cose di cui si parla oggi, non per la prima parte, ma per le parti che riguardano precisamente le strutture istituzionali e via di seguito, erano state proposte da noi. Noi avevamo fatto serie obiezioni al bicameralismo... ma non passarono".

 E poco oltre, ecco le parole di Dossetti, in piena sintonia con Lazzati: "Bisogna dire che nella parte strutturale la seconda commissione è mancata". E ancora: "sì, i principi va bene, ma invece noi non abbiamo operato nella parte strutturale, che è stata quella che è stata, e di cui vedevamo l'insufficienza o i problemi". Quali problemi? Dossetti risponde pronto: "il bicameralismo e un garantismo eccessivo", riguardo alla forma di governo.

Ma quale fu la causa di questi eccessi di garantismo, che fecero scartare a De Gasperi qualunque forma di governo forte, il presidenzialismo propugnato da Calamandrei e perfino il cancellierato? Dossetti: "Perché ancora si era sotto l'ossessione del passaggio alla maggioranza del Partito comunista". E da parte di Togliatti c'era una preoccupazione speculare: "Si cumulano i due garantismi - spiega Dossetti - e producono la seconda parte della Costituzione... tutti e due per eccesso di paura dell'altro". "Sono stati i politici - conferma Lazzati - che hanno voluto questo ipergarantismo, respingendo le proposte dei giuristi (come Mortati, o Calamandrei, ndr) che volevano rafforzare l'esecutivo".

Eccolo, dunque, il contesto che ha dato vita al testo. Un contesto drammatico, nel quale le speranze suscitate dalla Liberazione si sono mescolate con le diffidenze, i timori, le paure portate dalla incipiente guerra fredda. De Gasperi, Togliatti e gli altri leader politici della neonata Repubblica hanno dato vita ad una Costituzione che ha garantito la convivenza pacifica e ha saputo gestire le tremende tensioni della contrapposizione tra i blocchi. Ma al prezzo, un prezzo molto alto, della debolezza dei governi e in definitiva della politica stessa, in paradossale contrasto con le ambizioni riformatrici della prima parte della Carta. 

Questa è la nostra storia, la storia di una democrazia difficile. È una storia, la nostra, che non può essere rinnegata, né rimossa, né liquidata in modo sommario. Va assunta, e insieme, dialetticamente, superata. Noi abbiamo il dovere di andare oltre: consapevoli del nostro passato, ma preoccupati dell'avvenire del nostro Paese. 

Per questo oggi dire che la Costituzione va attuata e dire che va riformata è dire la stessa cosa. E non si può dire l'una cosa senza l'altra. Solo una Costituzione sapientemente e coraggiosamente riformata, in quella che Dossetti e Lazzati chiamano "la parte strutturale", può essere attuata in quella parte di principi che ancora attende di essere tirata fuori dal cassetto, di "diventare programma per un governo che voglia governare".

Si è detto giustamente, nel corso di questo dibattito, che la nostra è una Costituzione rigida, quanto alle procedure di revisione. È vero, la nostra è una Costituzione rigida. Ma la nostra, dice sempre Calamandrei nel celebrato discorso di Milano, "non è una Costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire".

Aprire al popolo italiano le vie verso l'avvenire e farlo nella e con la Costituzione: questo è oggi il nostro compito. Un compito arduo e insieme ineludibile. Tanto più in uno scenario internazionale segnato dal crescente, diffuso affanno di tutti i sistemi democratici, su entrambe le sponde dell'Atlantico, dal persistente ritardo nel compimento della transizione democratica dei grandi paesi emergenti e dal preoccupante stallo, mentre proliferano i populismi, del processo di integrazione politica dell'Unione europea.

La relazione, ampia e profonda, del ministro Quagliariello, basata sul grande e proficuo lavoro del Comitato di esperti nominato dal Governo, ci ha offerto un filo d'Arianna, che può consentirci di non smarrire l'orientamento, nel labirinto delle tante tesi contrapposte.

Sia sulla forma di governo, con la preferenza per il governo del Primo Ministro, sia sulla legge elettorale coerente con questa scelta, il doppio turno di lista o di coalizione nazionale, sia sul superamento del bicameralismo e la connessa, drastica riduzione dei parlamentari, sia sulla revisione solidamente autonomistica e non neocentralistica del Titolo V, la relazione Quagliariello offre indicazioni aperte, ma non per questo meno forti e convincenti.

Indicazioni che convergono nella proposta, alla quale il Partito democratico è incline, vorrei dire per "informazione cromosomica", di un bipolarismo rinnovato e riformato, finalmente convergente e costruttivo, basato sulla competizione tra proposte di governo, in un quadro istituzionale più forte e incisivo, anche perché più leggero e discreto.

Indicazioni che vanno ora tradotte nella proposta di uno, o forse meglio più articolati, da sottoporre al più presto al Comitato parlamentare che, con il voto di oggi, andiamo ad istituire, e poi all'esame delle aule parlamentari e al giudizio finale del popolo sovrano.

 Si è molto polemizzato, in quest'Aula, nelle piazze e sui media, contro questa deroga alla procedura prevista dall'articolo 138. Esprimere riserve, preoccupazioni, o anche dissenso nei riguardi di questa scelta, è non solo legittimo, ma può essere ed è stato certamente anche utile. Io stesso, nel gruppo, ho espresso dubbi e perplessità sull'opportunità di intraprendere questa via.

 Purché non accada che la "vis polemica" ci faccia perdere il senso della misura e la misura del senso di ciò che in effetti stiamo facendo. "Jede drastische These ist falsch", diceva Adorno: ogni forzatura dialettica, ogni estremizzazione unilaterale finisce per falsificare la tesi che si vorrebbe sostenere.

 Non possiamo dunque ignorare alcune semplici verità:

Primo: tra pochi istanti voteremo una deroga e non una modifica dell'articolo 138: una deroga come sono state le leggi istitutive delle tante bicamerali che hanno cercato, purtroppo senza successo, il passaggio stretto della riforma. Dunque, nihil novum.

 Secondo: la deroga non scalfisce le garanzie essenziali del 138. Non la sede referente, non i quorum, non la doppia deliberazione, né il referendum.

 Terzo: la deroga contiene più elementi di rafforzamento delle garanzie della rigidità della Costituzione che elementi di attenuazione. Viene infatti snellita la fase referente e vengono ridotti i tempi tra le due deliberazioni. Ma viene sterilizzato il premio di maggioranza alla Camera nella definizione della composizione del Comitato; viene esplicitamente prevista la possibilità di produrre ed approvare separatamente più disegni di legge; e viene stabilito fin d'ora che qualunque sia il quorum dell'approvazione finale, sia comunque possibile chiedere la conferma del voto popolare. 

Signor presidente,

Signor ministro

Colleghi senatori, 

Il gruppo del Partito democratico voterà a favore della legge costituzionale al nostro esame. E si accinge a dare il suo contributo più convinto e impegnato, con mente aperta e spirito di collaborazione, a questo nuovo tentativo di riformare la seconda parte della Costituzione, nell'intento di rendere meno ardua la compiuta attuazione della prima.

 Lavoreremo raccogliendo e facendo nostra l'esortazione, antica e modernissima, del grande Ambrogio, a "Nova semper quaerere et parta custodire": a cercare, ad anelare il nuovo, il cambiamento, il futuro; e a custodire gelosamente e con sapienza quanto di prezioso ci è stato consegnato dalla storia.

Grazie.

3 commenti all'articolo - torna indietro
inviato da rilka il 23 October 2013 21:10
Trovo molto esecrabile stumentalizzare figure nobili come Dossetti e Lazzati che non possono replicare a queste ardite argomentazioni per giustificare che si fa la riforma Costituzionale con l'interlocutore peggiore della storia repubblicana, tale Silvio Berlusconi. Che De Gasperi potesse non fidarsi di Togliatti, mentre il PD pu˛ tranquillamente fidarsi del Pdl Ŕ cosa che mi lascia basita e disgustata. Trovo profondamente meschino rievocare i nostri padri costituenti per giustificare questo atto di prepotenza nei confronti della nostra democrazia. Assumetevi la responsabilitÓ di questa sciagura e non fate i vigliacchi. Oggi gongola Licio Gelli, mentre Lazzati e Dossetti si rivoltano nella tomba.
inviato da vincenzo calý il 23 October 2013 19:05
caro Giorgio,
la tua interpretazione, che riprendo in calce, non convince: il richiamo al padre Costituente Calamandrei sul Presidenzialismo Ŕ un artificio retorico: il testo finale della Costituzione, anche da Calamandrei approvato, configura l'art.138 come sovraordinato alla Carta stessa (tesi Cordero) e non derogabile /aggirabile con fantasie procedurali quali quelle votate oggi dal Senato. Un ricorso alla Corte porterÓ alla bocciatura della legge.Il PD si assume una grave responsabilitÓ.
(Primo: tra pochi istanti voteremo una deroga e non una modifica dell'articolo 138: una deroga come sono state le leggi istitutive delle tante bicamerali che hanno cercato, purtroppo senza successo, il passaggio stretto della riforma. Dunque, nihil novum.
Secondo: la deroga non scalfisce le garanzie essenziali del 138. Non la sede referente, non i quorum, non la doppia deliberazione, nÚ il referendum.)
inviato da narcix il 23 October 2013 18:40
prima di citare Ambrogio
suggerisco al senatore di andare a ripassare
"L'episodio di Callinicum"
nella vita di Sant'Ambrogio
e poi magari anche di leggere qualcosa di Gramsci

(verrà moderato):

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