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Verso il Congresso di Pesaro dei Democratici di sinistra

Relazione introduttiva al Consiglio Nazionale dei Cristiano Sociali - Roma, 31 agosto 2001

Premessa. Verso il Congresso, con attenzione e preoccupazione

I Cristiano sociali guardano al Congresso dei Ds, al tempo stesso, con attenzione e preoccupazione.

Attenzione per un appuntamento che, per la prima volta in modo non preordinato, parla del futuro della sinistra democratica italiana, della quale i Cristiano sociali si sentono e sono parte. L’annunciata presentazione di più mozioni, legate a più candidature alla segreteria del partito, conferisce al confronto congressuale positive e salutari caratteristiche democratiche di apertura, riguardo agli esiti che da esso deriveranno.

Anche se non mancano tentazioni e tentativi di ricondurre la competizione entro il vecchio alveo del centralismo democratico, che tollerava due “ali” critiche, purché non insidiassero la stabilità del governo del partito da parte di un immutabile “centro”, è prevedibile, oltre che sperabile, che prevalgano, nel confronto interno, i tratti liberali e moderni di quella cultura del socialismo europeo che i Ds hanno scelto di porre alla base della loro stessa identità come forza politica.

Dalla lettura dei materiali preparatori delle mozioni, emergono tuttavia anche elementi di preoccupazione: c’è il rischio che proprio l’asprezza della competizione faccia prevalere uno sterile richiamo identitario – vuoi nella versione che esalta il “professionismo” politico di una scuola di militanza che si è fatta ceto amministrativo e di governo; vuoi nella versione che invoca, contro il logoramento prodotto dall’esperienza dura del governare, un bagno rigeneratore nella memoria di una storia che si vorrebbe incontaminata – sullo sguardo aperto e libero sui problemi e sulla ricerca spregiudicata delle possibili soluzioni.

In entrambi i casi, a soffrirne sarebbe proprio il partito, almeno nella concezione che ne abbiamo, certo non da soli, noi Cristiano sociali: una concezione laica, che non lo considera fine a se stesso, quasi luogo primario di formazione di un’identità collettiva separata e chiusa in se stessa, ma strumento di una politica, la politica del riformismo, l’unica che è in grado di coniugare, anche se in modo sempre provvisorio, il radicamento nella modernità con l’impegno, la lotta per l’uguaglianza.

La preoccupazione nostra è forte, che il partito perda l’occasione del Congresso, risolvendolo in una conta che minaccia di assomigliare ad una coda postuma di una storia, quella del Pci, che è stata grande e tragica, ma che si è comunque conclusa dodici anni fa. E che rinvii dunque, ancora una volta, magari annegandola in ambigue formule retoriche – e dunque risolvendola di fatto in una delega in bianco al nuovo segretario, con buona pace dei fiumi di parole contro il vero o presunto leaderismo di questi anni – una discussione stringente e impegnativa sul futuro del riformismo italiano, sui suoi rapporti con quello europeo, sulla sua progettualità programmatica e su un assetto politico-organizzativo meno confuso dell’attuale, tra partiti incerti e coalizione evanescente.

Dalla lettura di gran parte dei documenti preparatori – le mozioni definitive ancora non sono disponibili – abbiamo tratto l’impressione che si preferisca rimuovere la vera domanda che il Congresso dovrebbe porsi e che è più o meno questa: è ancora politicamente sensato immaginare che la costruzione, in sé necessaria e anzi urgente, di una forza politica riformista a vocazione maggioritaria, fortemente integrata con il riformismo europeo, possa realizzarsi a partire prevalentemente, se non esclusivamente, dai Ds? O non è giunto invece il momento di prendere atto che i Ds da soli non ce la possono fare, come dimostra il sostanziale fallimento della pure auspicata apertura e contaminazione con le culture non-comuniste, e che è quindi necessario che sia l’Ulivo, in tutte le sue componenti, certo con l’apporto attivo e non subalterno innanzi tutto dei Ds, ad assumere questo come l’obiettivo strategico della legislatura, insieme alla costruzione di un’opposizione efficace, in Parlamento e nel Paese, al governo Berlusconi?

Se non partiamo da qui, da questa domanda – una domanda dura, ma la domanda che la storia ci pone oggi dinanzi – il Congresso rischia di diventare un rito introverso, prigioniero di una letale deriva identitaria, rassicurante in quanto reticente, nonostante le retoriche invocazioni di “svolte” più o meno “radicali”. Non la sede per l’elaborazione di una nuova proposta politica, sulla quale impegnare l’intelligenza e la passione di milioni di persone, ma una mesta contesa sui capri espiatori da additare come responsabili di una crisi della quale non si vogliono invece scandagliare le ragioni profonde, alla ricerca di un itinerario analitico e propositivo che possa interessare al Paese.

Un Congresso che procedesse in questo modo, il modo col quale è cominciato, difficilmente potrebbe, comunque, interessare i Cristiano sociali. I quali, dalla cogente ragione dei numeri, si vedrebbero posti dinanzi all’alternativa perversa tra lo schierarsi nell’ambito di una competizione i cui termini risulterebbero estranei alla loro storia e alle motivazioni per le quali hanno concorso a dar vita all’esperienza dei Ds; e il ritrarsi dalla competizione congressuale, per valutare poi la possibilità di riaprire un confronto con il gruppo dirigente emerso dal Congresso.

Questa alternativa può e deve essere evitata e i rischi che la renderebbero obbligata possono ancora – e allora devono – essere scongiurati. A questo obiettivo mira l’odierna giornata di lavoro e il confronto diretto con i candidati alla segreteria, che ringraziamo tutti di aver accettato il nostro invito.

Sulla base delle risposte che essi daranno alle nostra considerazioni e sulla base della stesura definitiva delle mozioni, i Cristiano sociali valuteranno insieme se e come, fatta salva la libertà di giudizio delle singole persone, orientare i loro consensi.

1. Il riformismo dopo Genova

Una riflessione che voglia gettare lo sguardo sul futuro del riformismo non può prescindere da ciò che è avvenuto a Genova alla fine dello scorso mese di luglio.

A Genova, a fine luglio, non è successo solo qualcosa di grave sul piano della legalità democratica, qualcosa che getta un’ombra inquietante – se non verrà fatta presto “piena luce”, come ha auspicato il presidente Ciampi – sulla natura della destra al governo e sul suo rapporto con il conflitto sociale e politico in uno Stato di diritto.

A Genova, a fine luglio, si è anche manifestato il senso della conclusione, già annunciata a Seattle, di un ciclo politico e sono stati in qualche modo fissati i termini, le condizioni, perché un altro se ne possa aprire, nei prossimi anni. Il ciclo che si è chiuso è il “decennio breve” che aveva visto le forze democratiche e progressiste conquistare la guida di quasi tutti i paesi occidentali, su entrambe le rive dell'Atlantico. Il “decennio breve” sembra concludersi, dopo la sconfitta di Al Gore alle presidenziali americane e quella dell’Ulivo da noi, con l’emergere di un nuovo asse Usa-Italia, caratterizzato da un’omogenea visione culturale e politica tra le due amministrazioni – il conservatorismo populista – e proiettata in modo ostile contro l’Europa socialdemocratica, al G8 di Genova apparsa peraltro in evidente debito di ossigeno.

A Genova, a fine luglio, si è capito qualcosa di più anche sulle cause di questa inversione di tendenza politica, in atto in tutto l’Occidente: se dieci anni fa, le divisioni in seno alla destra, tra l'anima liberista e quella tradizionalista, avevano aperto la strada alle forze socialiste, democratiche e progressiste, oggi è proprio la divisione nel campo della sinistra che ha consentito ai conservatori di prevalere. Bush ha vinto, per una controversa incollatura, grazie alla dispersione di voti “progressisti” sul terzo candidato Nader. A sua volta Berlusconi ha avuto accesso a Palazzo Chigi grazie all'incapacità dell'Ulivo di aggregare attorno a sé tutto l’elettorato di centrosinistra, comprese le aree più critiche ed inquiete.

Ragionare politicamente su questi fatti – al di là delle comprensibili ed anche giustificate recriminazioni – significa prendere atto che il governare del riformismo democratico e socialista nel “decennio breve” non ha saputo proporre soluzioni politiche e di governo capaci di rispondere in modo convincente ad una crescente area di inquietudine e di criticità, che solo in parte coincide con l’area tradizionalmente coperta dalla sinistra radicale classica.

Mentre la sinistra governava gran parte dei paesi occidentali, portando avanti politiche di sviluppo nell’equità, nasceva un movimento transnazionale che cominciava a porre, con crescente fermezza ed altrettanto crescente consenso, il tema cruciale del passaggio di secolo: il tema della globalizzazione ingiusta, il tema della globalizzazione non governata. Il tema, in altre parole, dello strapotere dell’economia globalizzata, a fronte di una politica ancora rinchiusa negli angusti confini dello Stato nazionale e quindi debole e subalterna.

Le questioni poste da quel variegato arcipelago di movimenti – un arcipelago spesso contraddittorio, talvolta perfino confuso, in qualche frangia non immune dalla nefasta tentazione della violenza di piazza – emerso a Seattle attorno alla contestazione della globalizzazione e che a Genova ha assunto dimensioni di massa anche nel nostro Paese, sono in sostanza due.

La prima è una questione squisitamente etica, di quell’etica “pesante”, impastata di terra, tutt’altro che astratta, che concerne i princìpi che dovrebbero orientare il governo del mondo, posti a confronto con la sua realtà effettuale. E’ la questione che Romano Prodi ha efficacemente definito “delle tre disuguaglianze” che affliggono l’attuale modello di globalizzazione: quella interna ai paesi ricchi, quella all’interno dei paesi poveri, quella tra paesi ricchi e paesi poveri. Una disuguaglianza una e trina che non solo la coscienza etica considera inaccettabile, indegna del genere umano, ma che la stessa prudenza politica non può non considerare come una minacciosa incognita che grava sul futuro di tutti.

Ma è la seconda questione quella che fa del movimento di questo inizio secolo qualcosa di diverso dai movimenti terzomondisti della seconda metà del Novecento. E’ la questione che riguarda il feed-back, la retroazione della struttura economica globalizzata sulla qualità della vita anche nei paesi sviluppati, anche nelle aree forti e perfino tra i ceti garantiti di queste aree forti del mondo. E’ quella che è stata definita la “brasilianizzazione del pianeta”, ovvero l’esportazione nei paesi sviluppati di modelli culturali e di vita, di organizzazione del lavoro, di tutela sociale, di garanzia dei diritti fin qui valsi solo nei paesi tradizionalmente considerati arretrati. L’omologazione tende a livellarsi verso il basso, anziché puntare verso l’alto. Le contraddizioni che la globalizzazione non governata produce non solo schiacciano i Paesi più poveri, ma finiscono poi col contaminare, proprio in forza della globalizzazione stessa, quelli più ricchi e forti.

Questa seconda questione è quella sulla quale si basa la forza al movimento. Perché in essa, per usare un linguaggio marxiano, la dialettica si salda col materialismo. La rivolta morale contro la disuguaglianza (la “dialettica”) nobilita una battaglia (“materialistica”) contro la revoca in dubbio di conquiste sociali fin qui limitate a pochi Paesi del mondo. E viceversa, la reazione alla messa in discussione dei “diritti acquisiti”, nel Nord del mondo, con decenni di lotte sociali e politiche, conferisce alla causa etica dell’uguaglianza globale potenti basi materiali.

Basi materiali che, si badi bene, affondano le radici in Occidente, ripetendo ancora una volta, in forme nuovamente inedite, quella metamorfosi continua che è caratteristica strutturale della civiltà occidentale (e che spiega il suo successo storico): una metamorfosi per la quale essa sa generare dal suo interno la critica più radicale a se medesima, salvo riuscire poi a metabolizzarla, fino a farne strumento per una rinascita ad uno stadio più evoluto.

E’ con una sfida a questo livello che la politica riformista è chiamata a confrontarsi. Il riformismo, in questi anni, non ha mancato, per la verità, di interrogarsi su questi temi: lo ha fatto, al di là degli appuntamenti istituzionali multilaterali, anche con incontri politico-culturali, come i vertici cosiddetti “della Terza Via”, o con le iniziative dell’Internazionale socialista (basti pensare al rapporto Gonzalez proprio sulla globalizzazione, presentato al Congresso di Parigi di fine 1999).

Ma la sproporzione tra la portata della sfida e la modestia della risposta è parsa con crescente evidenza, in particolare agli occhi di quelle aree di mondo giovanile che, con la radicalità che è propria dei “movimenti”, hanno cominciato ad affollare le piazze reali delle città e quelle virtuali della rete Internet.

E’ da questo scarto, causa non ultima dell’esaurirsi del “decennio breve”, che deve prendere le mosse una rinnovata iniziativa del riformismo per tornare a vincere in Occidente. Una iniziativa che deve assumere, assai più di quanto non si sia riusciti a fare finora, caratteristiche sovranazionali. Europee, innanzi tutto: anche per favorire, attraverso un ruolo più marcato del Vecchio Continente, l’articolazione del concetto stesso di Occidente, non riducibile alla pur a sua volta complessa realtà degli Usa: un’articolazione che è antidoto essenziale contro qualunque tentazione riduzionistica in termini di “pensiero unico” o, all’opposto, di ideologica demonizzazione dell’Occidente come tale.

E poi, ma allo stesso tempo, un respiro mondiale, con il coinvolgimento nel governo del pianeta dei grandi continenti e sub-continenti del Terzo Mondo, a cominciare da Cina, India, Brasile, Mondo Arabo, Africa subsahariana. Nella consapevolezza che porre la questione della partecipazione dei popoli del grande Sud del mondo al governo della globalizzazione significa anche fare i conti con irrisolte e maledettamente complicate questioni di democrazia e di rispetto dei diritti umani.

L’Internazionale socialista, in modo particolare, deve diventare, assai più di quanto non sia stato fin qui, un soggetto politico vivo e presente, direttamente, non solo attraverso i partiti nazionali che vi aderiscono, sulla scena politica. Allo stesso tempo, l’Is deve aprirsi non solo alle culture non socialiste, come ha fatto già da tempo, ma in particolare in Europa e negli Usa, anche alle formazioni politiche non socialiste, ma democratiche e progressiste, certamente alternative alla destra. La sfida della globalizzazione da governare mostra infatti in modo impietoso la non-autosufficienza di tutte le storie e di tutte le culture politiche riformiste e obbliga ad un salto di qualità nella contaminazione e nell’alleanza tra tutti i riformismi, socialisti e no, laici e religiosi, occidentali e no.

2. Il voto del 13 maggio: la sconfitta dell’Ulivo, la disfatta della Quercia

Il secondo punto di riferimento per una discussione sul futuro del riformismo in Italia sono, ovviamente, i risultati delle elezioni politiche del 13 maggio scorso.

Come è noto, la sconfitta del centrosinistra è stata netta in termini di seggi, con la conquista da parte della Casa delle libertà di una consistente maggioranza in entrambe le Camere, ma non catastrofica in termini di voti: ai 16 milioni 800 mila suffragi (nel voto uninominale per la Camera dei Deputati) a favore della coalizione guidata da Berlusconi, fanno riscontro i 16 milioni 400 mila voti conquistati dall’Ulivo “per Rutelli”, con la desistenza “unilaterale” di Rifondazione comunista.

Computando i voti, per quanto “dispersi” in termini di seggi, di Italia dei Valori e Democrazia europea, emerge chiaramente che Berlusconi ha conquistato una modesta maggioranza relativa, ma non la maggioranza assoluta dell’elettorato. La destra dunque ha vinto, ma non ha “sfondato”. Rovesciando la situazione della scorsa legislatura, la Casa delle libertà è oggi maggioranza in Parlamento, ma non nel Paese.

Un dato, questo, del quale tenere conto: non per minimizzare la portata della sconfitta dell’Ulivo, ma per non sbagliare l’analisi sulla società italiana e dunque il profilo da assegnare all’opposizione e alla costruzione di un’alternativa di governo per il 2006.

La società italiana non è diventata “più di destra”, né ha confermato, come talvolta si sente dire, la sua strutturale natura conservatrice. E neppure si è sfaldato alcun “blocco sociale” (ammesso che sia mai esistito) di sinistra o di centrosinistra. Queste due indicazioni, che emergono con apprezzabile chiarezza dal voto, dovrebbero aiutare i Ds a liberarsi da due opposte precomprensioni, dai tratti spesso quasi ideologici, che persistono tenacemente nel dibattito interno.

Da una parte, la precomprensione che potremmo definire “neo-togliattiana”, per la quale in Italia non si può sperare di più e di meglio che in un onorevole “compromesso” con le forze moderate, naturalmente maggioritarie: una sindrome che ha condizionato non poco l’azione di governo e soprattutto la sua autorappresentazione (in particolare nel biennio del governo D’Alema); che ha pesato come una cappa sull’Ulivo, ridotto esso stesso, nella prevalente interpretazione minimalistica, a “compromesso” tra sinistra democratica e centro moderato; e che ha retroagito negativamente anche sul rinnovamento della sinistra democratica, perché il riformismo ha finito per essere vissuto più come condizionamento dei rapporti di forza politici, che come orizzonte culturale e progettuale consapevolmente e positivamente assunto per scelta propria.

Dall’altra parte, la precomprensione che potremmo chiamare “neo-ingraiana”, una sorta di sindrome del tradimento, da parte del riformismo, della purezza dell’antagonismo e della presa diretta con i bisogni e gli interessi del blocco sociale che la sinistra ha, o avrebbe, il compito di rappresentare. Una precomprensione, questa seconda, che ha agito in questi anni non da salutare stimolo a rendere incisiva – nella direzione dell’equità sociale – l’azione riformatrice, ma per lo più da puro e semplice freno all’innovazione e in definitiva al riformismo.

L’equilibrio del risultato elettorale, in termini di rapporti di forza nel Paese, ha sfatato il presupposto della prima precomprensione: l’Italia è un Paese come gli altri Paesi occidentali, un Paese nel quale si fronteggiano due grandi aree politiche, secondo lo schema bipolare e competitivo sul quale si reggono tutte le grandi democrazie, un Paese nel quale lo spostamento di pochi voti produce alternanza di governo. Non c’è quindi nessun compromesso emergenziale da invocare e nessun destino di anomalia italica da maledire: c’è piuttosto un lavoro politico da rilanciare, in modo più organico e maturo, nella duplice direzione del rapporto con la società e della strategia delle alleanze.

Quello stesso equilibrio Cdl-Ulivo, insieme ai dati positivi sull’affluenza alle urne (che hanno smentito le catastrofiche previsioni sulla crescita esponenziale dell’astensionismo), e soprattutto i primi dati sulla composizione sociale dei consensi all’Ulivo, smentiscono anche analisi frettolose e ideologiche sull’onda della ricorrente “sindrome del tradimento”. Ciò che appare con maggiore evidenza è, accanto alla tenuta dell’Ulivo nei settori di insediamento tradizionale – dagli operai agli insegnanti – la difficoltà di rapporto sia con le nuove povertà ed emarginazioni, sia con i settori più dinamici e innovativi.

Una difficoltà che ha a che fare con la qualità del riformismo – dunque con un’operazione politico-culturale complessa e ambiziosa – e non certamente con il semplice, improbabile consolidamento di una rappresentanza tradizionale: ove per qualità del riformismo deve intendersi certamente anche la sua qualità etica, la sua capacità di esprimere in modo adeguato ed efficace, senza assurdi complessi di inferiorità, i princìpi e i valori di solidarietà e di uguaglianza che fanno del riformismo qualcosa di diverso dal mero accompagnamento dei processi spontaneamente in atto nel mercato e nella società.

La difficoltà di rapporto con strati larghi della società si fa più evidente e marcata, quando dai dati dell’Ulivo si passa a quelli, espressi nella parte proporzionale, sulla Quercia. Dati che costituiscono un caso particolare (e particolarmente negativo) del più generale deficit di popolarità, tra gli elettori di centrosinistra, dei partiti rispetto alla coalizione, come dimostra il milione e mezzo di voti in più raccolti dall’Ulivo rispetto alle liste proporzionali di centrosinistra. E come dimostra lo stesso voto alla Margherita, da molti elettori palesemente inteso come “surrogato” dell’Ulivo nel proporzionale.

Il risultato della lista Ds ha trasformato, in termini psicologici prima ancora che politici, la sconfitta della coalizione in una disfatta per il nostro partito. Il 16 per cento è il dato del 1992, il primo all’indomani della svolta che portò dal Pci al Pds. Da allora è passato un decennio, si sono alternati alla guida del partito tre diversi segretari – Occhetto, D’Alema, Veltroni – per sei anni (comprendendo quindi il governo Dini) Pds prima, Ds poi sono stati l’ossatura portante del governo del Paese, un governo al quale hanno partecipato con il meglio della propria dirigenza dal 1996 al 2001 e del quale hanno avuto la guida diretta, da Palazzo Chigi con D’Alema, per quasi due anni. Tutte le regioni governate dal centrosinistra hanno presidenti diessini e diessini sono una quantità enorme di sindaci e presidenti di provincia. Nel frattempo, con gli Stati generali di Firenze, sono nati i Ds che hanno tenuto a Torino il primo Congresso nazionale. L’integrazione politica, culturale, organizzativa col socialismo europeo è andata avanti in modo rapido e forte.

E tuttavia, l’insieme di tutto questo, che poi è il lavoro di decine di personalità di livello nazionale e in qualche caso internazionale e di migliaia di quadri dirigenti, non ha prodotto al partito un voto in più rispetto al 1992. C’è di che interrogarsi, davvero in modo non retorico e reticente.

3. A mo’ di esempio, il voto cattolico

Un aspetto particolare, ma tutt’altro che laterale, della crisi di consenso del partito dei Ds, è quella messa in luce dalla dinamica del voto cattolico e più precisamente del voto dei cattolici praticanti.

Il primo dato – come emerge da un’analisi condotta da un istituto demoscopico per l’autorevole rivista “Il Regno” – è che il voto dei cattolici era e resta diviso, con un sostanziale equilibrio tra la Casa delle libertà (che ha ottenuto alle ultime elezioni politiche il 45,8 per cento del voto cattolico) e l’Ulivo (che si è attestato al 43,7 per cento). Berlusconi ha dunque conquistato la maggioranza relativa dei cosiddetti “voti del cielo”, in proporzioni analoghe a quelle dell’universo degli elettori italiani. Niente di meno, ma neppure di più, anche in questo caso nessuno “sfondamento” nel voto cattolico: accanto ad un ampio settore cattolico-moderato, c’è, è in campo, un largo settore cattolico-democratico, che continua a considerare l’Ulivo come il naturale riferimento politico.

Il discorso si fa più complesso quando si prende in esame il secondo gruppo di dati, ovvero le stime sulla distribuzione percentuale del voto cattolico praticante tra le forze politiche in lizza per la quota proporzionale della Camera. In questo ambito balzano agli occhi due dati. Da una parte, la clamorosa avanzata di Forza Italia: nel 1996 il partito di Berlusconi era già la prima scelta dei cattolici italiani, ma con il 19,5 per cento dei voti (attenzione: un po’ meno della media nazionale del voto a Forza Italia, che arrivava al 20,6); quel primato si è oggi consolidato fino a toccare la ragguardevole cifra del 29,4 per cento del voto cattolico, perfettamente coincidente con la media nazionale complessiva del voto a FI. Alla crescita di Forza Italia fa riscontro il netto ridimensionamento di An (dal 16,7 al 9,7) e della Lega (dal 7,7 al 3,6) e lo stallo del Biancofiore (dal 5,8 al 5,6).

Il secondo dato appariscente è la caduta verticale del voto cattolico ai Ds. Secondo partito cattolico nel 1996, col 19,5 per cento del voto cattolico (un punto e mezzo in meno della cifra complessiva nazionale che allora fu, per il nostro partito, il 21 per cento), la sinistra democratica ha perso nel 2001 ben 7 punti di “voto del cielo”, attestandosi ad un assai meno esaltante 12,5 per cento (ben quattro punti sotto quel 16 e mezzo per cento che è la media nazionale dei voti alla Quercia).

Opposta è la tendenza elettorale della Margherita, che conquista il 21,3 per cento del voto cattolico praticante (e dunque il secondo posto, dopo Forza Italia, nelle preferenze di chi dichiara di andare a messa tutte le domeniche), contro il 16,8 per cento raccolto da Ppi e Lista Dini nel 1996. Il dato è ancor più significativo, se si considera l’emorragia di voto cattolico dall’area centrista dell’Ulivo (ma forse anche dai Ds) verso Democrazia europea di D’Antoni.

Questi sono i dati, nella loro cruda eloquenza. Sono dati che parlano di una crisi profonda del consenso cattolico al nostro partito. Una crisi che è parte, a nostro avviso non marginale, della più generale crisi di consenso che accusano i Ds.

Ma è anche un dato che pesa come un macigno sulle spalle di chi, come noi Cristiano sociali, ha lavorato in questi anni su questa delicata frontiera. Se non vogliamo giocare con la realtà, questi dati fotografano la sconfitta, se non il fallimento storico – almeno su un versante, culturale, politico ed elettorale, quello del rapporto con l’area cattolica – dell’impresa politica lanciata a Firenze con gli Stati generali della sinistra che hanno dato vita ai Ds, e poi sistematizzata al Congresso di Torino.

Questa sconfitta impone certamente a tutto il partito, ma ovviamente innanzi tutto ai Cristiano sociali, una riflessione non rituale, non diplomatizzata, sulle ragioni della nostra difficoltà e uno sforzo di ascolto attento del messaggio che essa trasmette.

In prima approssimazione, a noi pare di poter dire che il massiccio deflusso di voto cattolico dai Ds alla Margherita sia da ricondurre alla crescente difficoltà, da parte del nostro partito, nonostante le ripetute affermazioni di principio in senso contrario, ad essere davvero luogo di incontro e di contaminazione tra le culture della sinistra riformista italiana.

Tre esempi, che abbiamo più volte ripetuto, e che rinviano ad altrettanti fronti critici del nostro rapporto con i Ds.

Il primo è la prolungata e persistente sottovalutazione, nella ricerca sulle cause della sconfitta dell’Ulivo e dello stesso deludente risultato dei Ds, della crisi della prospettiva dell’unità sindacale: una crisi che ha portato al punto più basso da molti anni i rapporti in particolare tra Cgil e Cisl, con immaginabili, perfino ovvie conseguenze negative, politiche e poi anche elettorali, sulla coalizione dell’Ulivo e su un partito come il nostro, che nutre o almeno nutriva l’ambizione di rappresentare una quota significativa di impegno sociale di tradizione “bianca”. Nell’attività di governo, nella vita di partito, nello stesso presente dibattito congressuale, nonostante i ripetuti avvertimenti da parte dei Cristiano sociali, la crisi dell’unità sindacale non è mai stata vissuta come un grave problema anche politico: forse perché è prevalsa, per colpevole inerzia, la tradizionale identificazione tra sindacato e Cgil. Né la Cisl e neppure la Uil, nonostante la presenza nel nostro partito di tante personalità che provengono da quelle storie, hanno mai potuto godere della medesima dignità di interlocutori. Il risultato è stata la falsificazione pratica della tanto proclamata convergenza tra riformismi (e riformismi, al plurale, sono anche le culture sindacali confederali), proclamata a Firenze e a Torino.

Una seconda difficoltà, che ha attraversato in questi anni il rapporto tra laici e cattolici nell’Ulivo e quindi, a maggior ragione, nei Ds, è stata la ricorrente contrapposizione sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, a cominciare da quelli relativi alla bioetica. Anche in questo campo, come noi Cristiano sociali abbiamo analiticamente denunciato lo scorso anno al convegno di Vallombrosa, il nostro partito è parso più volte imboccare la scorciatoia identitaria della rappresentanza di un solo punto di vista, ancorché quantitativamente prevalente, quello che potremmo definire laico-libertario, rinunciando alla fatica qualitativa della sintesi, nel metodo e nei toni importante quanto se non più che nei contenuti, con chi rappresentava la diffusa inquietudine della coscienza credente.

Terza difficoltà: l’affievolirsi, in molti passaggi della nostra vicenda politica e di governo, della tensione morale a dar vita ad una politica nuova, nei contenuti di critica al disordine stabilito, sul piano sociale nazionale come su quello della scandalosa diseguaglianza globale, ma vorrei dire più ancora nello stile col quale si esercita il potere. Una certa “mondanizzazione” di una parte, ma una parte vasta e rappresentativa, del gruppo dirigente dei Ds, talora rivelatrice di uno sconcertante complesso di inferiorità nei confronti del nostro avversario, ha colpito negativamente tutto il nostro elettorato, ma in modo particolarmente acuto, quello che ha una duplice ragione di scandalo: per il suo essere di sinistra e per il suo essere cristiano.

A questi elementi critici, che meriterebbero una riflessione ben più approfondita, va aggiunta la permanente e persistente difficoltà a dar vita, a Roma come in periferia, ad un gruppo dirigente effettivamente “plurale” del nostro partito. Una difficoltà della quale la composizione del comitato di reggenza – espressione di tutta la complessità “verticale” dei Ds, fuorché quella originale e costitutiva delle culture che hanno dato vita insieme al partito nuovo – è apparsa solo come la brutale esplicitazione. Una difficoltà che in alcune realtà locali, anche importanti (si pensi al caso clamorosamente scandaloso, più volte inutilmente denunciato, della Campania) ha assunto le forme di un vero e proprio ostracismo.

Si tratta, beninteso, di una difficoltà oggettiva, più che di una perversa non-volontà politica. E tuttavia, questa difficoltà non pare avvertita come tale da tutto il gruppo dirigente del partito. C’è in giro troppa ansia di “archiviare” Firenze e Torino con “fusioni”, più o meno calde, che assomigliano troppo a cancellazioni e a rimozioni – magari per chiedere di aprire, incuranti del paradosso, un nuovo processo federativo con altre piccole formazioni politiche a noi vicine.

E c’è troppa difficoltà anche “culturale”, nel nostro partito, a concepire come compossibili e anzi interdipendenti democrazia e pluralismo, evidenziando vecchi retaggi giacobini, per i quali la democrazia è solo principio di maggioranza e non anche valorizzazione e tutela delle minoranze e di quelli che la nostra tradizione culturale ama definire “corpi intermedi”: retaggi che forse hanno qualcosa a che vedere anche con i limiti, nello stile e nei contenuti, evidenziati nell’azione di governo di questi anni.

4. Un partito aperto, verso la Casa comune dei riformisti

La riflessione che si è aperta dopo Genova ci dice “cosa” dobbiamo fare. L’analisi del voto, con i rapporti di forza che esso ha evidenziato, nel Paese per un verso e per altro verso nell’Ulivo, ci suggerisce “come” possiamo farlo.

Il “cosa” dobbiamo fare è chiaro e largamente condiviso. Dobbiamo dare alla politica del riformismo, che è la sola in grado di coniugare modernità e uguaglianza, sviluppo e inclusione sociale, una proiezione sovranazionale. E dobbiamo dare a questa proiezione strumenti più efficaci, quanto meno di livello europeo.

Ma la condizione previa perché noi riformisti italiani possiamo contribuire a questa impresa europea e internazionale è che costruiamo, nel nostro Paese, quella che Romano Prodi a Formia ha definito la “Casa comune dei riformisti”. Una formazione politica a vocazione maggioritaria, quale è presente in tutti i Paesi europei, ma non ancora in Italia.

Una formazione politica federativa, allo stesso tempo unitaria e plurale, non “di sinistra”, ma di “centrosinistra”, perché così si definiscono oggi i principali partiti riformisti europei, abitabile e abitata da tutte le culture riformatrici, anzi frutto dell’incontro e della contaminazione tra di esse: le culture socialiste, il pensiero liberaldemocratico, il personalismo cristiano.

Così è in Francia, da Epinay in avanti, così è da sempre in Gran Bretagna col Labour e ancor più col New Labour di Blair, così è in Germania, in Portogallo, in Spagna. Così è nell’Internazionale socialista, guidata oggi dal cattolico-democratico Antonio Guterres. Accanto al grande partito riformista, in alcuni Paesi ci sono formazioni politiche minori, ex- o post-comuniste e verdi. In nessun Paese europeo ci sono due formazioni di centrosinistra, più o meno equivalenti sotto il profilo elettorale, come accade oggi in Italia.

Certo, nel nostro Paese, dare una casa comune a tutti i riformisti è impresa più ardua, per la debolezza storica della tradizione socialista democratica e per la difficoltà di riconvertire in chiave europea le storie “anomale” del cattolicesimo democratico da un lato e del comunismo italiano dall’altro. E tuttavia, buona parte di questo faticoso lavoro è stato compiuto in questi anni e il traguardo è oggi più vicino.

In particolare, il successo della Margherita ha aperto una finestra di opportunità, che spetta a noi, alla nostra intelligenza e al nostro coraggio, non sprecare. La Margherita è un tentativo ancora fragile ed esposto al rischio di un declino rapido come la sua ascesa. E tuttavia è un tentativo del quale va valorizzato il significato di svolta culturale, insieme alle potenzialità positive che propone per tutti i riformisti italiani.

La Margherita non è più, come erano il Ppi e la lista Dini nel 1996, la gamba “moderata”, “di centro”, o “cattolica” dell’Ulivo, ma la scommessa di un “rassemblement” di formazioni politiche, culture, personalità, che punta ad assomigliare strettamente all’Ulivo come tale. Non a caso, essa è diretta da Francesco Rutelli, che non solo è il leader dell’Ulivo – dato di per sé contingente – ma è soprattutto una delle personalità del centrosinistra che meglio riescono a rappresentare la natura plurale del riformismo italiano.

Questo dato nuovo riveste per noi, per i Ds, i caratteri allo stesso tempo della sfida e dell’opportunità. La Margherita è una sfida lanciata ai Ds per l’egemonia nell’Ulivo. Ho fatto per molti anni politica in Trentino e ho visto da vicino, per così dire “in laboratorio”, quanto la Margherita possa essere, nei nostri riguardi, una pianta carnivora. Alcuni esponenti nazionali di questa neonata formazione politica hanno del resto esplicitamente assimilato la funzione della Margherita nell’Ulivo a quella di Forza Italia nella Casa delle libertà. Con l’evidente corollario che il ruolo dei Ds a sinistra dovrebbe ridursi a quello che a destra svolge Alleanza nazionale. Stando ai sondaggi che girano in questi giorni, la Margherita non è lontanissima dal poterla vincere, la sfida.

Per riuscirci, ha bisogno della nostra collaborazione. Ha bisogno cioè che noi facciamo nostra l’idea che l’Ulivo debba articolarsi su due gambe e che queste gambe debbano, come si dice, “fare ciascuna il suo mestiere”. Con risultati catastrofici per noi, che in poco tempo, ci piaccia o no, finiremmo risospinti nel ruolo non della componente “socialista europea”, ma di quella “post-comunista italiana” dell’alleanza. Ma anche per l’Ulivo, che finirebbe squartato dalla permanente polemica tra le due gambe, su ogni questione che si presenti sull’agenda politica: dai contratti a termine alla bioetica, dallo Statuto dei lavoratori alla scuola privata.

Ma dietro la sfida c’è anche l’opportunità, che va colta subito, con lucidità e determinazione. L’opportunità è rappresentata dalla proiezione europea del riformismo italiano. Noi abbiamo una casa europea, la Margherita no. Ma finirà per trovarla: come è apparso chiaro dall’incontro che il capogruppo del Pse, Baron Crespo, ha avuto poche settimane fa a Roma con Rutelli, Castagnetti e Bordon. Il problema è se la troverà con noi o contro di noi.

Perché succeda che la casa europea la Margherita la trovi insieme a noi, è necessario che noi avanziamo una proposta politica, in Italia e in Europa. La proposta della Costituente della Casa comune dei riformisti italiani e, allo stesso tempo, la proposta dell’apertura del gruppo del Pse al Parlamento europeo, anche con i mutamenti di nome che fossero necessari, alle forze politiche nazionali di ispirazione democratica e popolare, chiaramente collocate nel campo del centrosinistra.

La lunga transizione italiana – come anche, per certi aspetti, quella europea – potrebbe così conoscere il suo sbocco definitivo. Come la fine della Dc ha innescato un processo di mutazione genetica del Ppe in senso neo-conservatore, così l’avvento in Italia della Casa comune dei riformisti può e deve innescare un processo di evoluzione del Pse, in rapporto con l’area progressista del Ppe e dei liberali.

C’è una condizione perché questa proposta politica nasca: è un atto di coraggiosa umiltà da parte nostra, tutto il contrario di quell’orgoglio identitario che dà della forza solo l’effimera illusione. L’atto di coraggiosa umiltà che ci viene richiesto è quello di guardare in faccia i risultati del 13 maggio e di prendere atto che la costruzione della grande forza del riformismo europeo in Italia non è nelle nostre sole mani, non può essere affidata né solo ad una nostra capacità espansiva, né a nuove annessioni di piccole formazioni vicine, ma richiede l’apporto determinante ed essenziale del nostro principale alleato.

Ciò significa anche che noi dobbiamo attrezzare il nostro partito a diventare materiale, lavoro e progettualità utili alla costruzione della Casa comune dei riformisti. La via maestra, in questa direzione, è quella di rilanciare il progetto dei Ds, elaborato a Torino, come progetto aperto, non concluso in se stesso, nel segno di una sinistra autosufficiente perché onnicomprensiva, ma funzionale alla costruzione dell’Ulivo come soggetto politico, in quanto orientato dalla medesima tensione alla contaminazione culturale e alla convergenza programmatica che tuttavia solo nella Casa comune può trovare la sua compiuta realizzazione.

La linea di lavoro indicata a Torino non va dunque revocata in dubbio, ma va riorientata e, allo stesso tempo, tradotta assai di più e meglio di quanto non si sia fatto fin qui, in un gruppo dirigente rappresentativo della molteplicità di culture che sta alla base dei Ds.

5. Per concludere: i Cristiano sociali

Le riflessioni che abbiamo svolto fin qui – e che sono esse stesse aperte e provvisorie – le consegniamo ai candidati e alle mozioni che al Congresso si contenderanno la guida del partito.

Come Cristiano sociali non abbiamo mai rivendicato nulla per noi, né intendiamo farlo adesso. Chiediamo al partito di scuotersi e di fare del Congresso l’occasione per lanciare un’iniziativa politica che sappia suscitare nuove speranze e possa così attrarre nuove energie.

Altrimenti, questo partito muore, malamente e sterilmente. Perché, come abbiamo già detto, i partiti non sono fini a se stessi, sono strumenti per la politica e se non propongono una politica all’altezza delle richieste della società, deperiscono e muoiono, anche assai rapidamente.

Noi vogliamo che questo partito viva. E non solo perché è il nostro partito, non il partito nel quale siamo entrati, ma il partito che abbiamo concorso a fondare. Ma anche e soprattutto perché è un partito che ha ancora una missione importante da svolgere, per il riformismo e per l’Italia: la costruzione, non da solo, insieme alle altre formazioni politiche dell’Ulivo, di una casa più grande, la casa di tutti i riformismi.

A questo impegno noi siamo pronti a dare tutto il nostr