interventi

Il cuore tenero dei resistenti

Testo del discorso pronunciato in occasione del 62 anniversario dell'eccidio nazifascista di Malga Zonta -Folgaria (Tn)


62° ANNIVERSARIO DELL’ECCIDIO NAZIFASCISTA DI MALGA ZONTA

ORAZIONE UFFICIALE DEL SEN. GIORGIO TONINI

FOLGARIA, 15 AGOSTO 2006 Autorità, Signore, Signori, è per me un grande onore tenere qui, oggi, questa orazione ufficiale, nella ricorrenza del 62° anniversario dell'eccidio nazifascista di Malga Zonta. È un onore del quale sono grato al presidente Alberto Rella e a tutto il Comitato Onoranze Caduti Partigiani, costituito dai Comitati ANPI di Vicenza, Trento, Schio e Folgaria, insieme ai tanti comuni trentini e veneti che ne fanno parte e ai Musei storici del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza e di Trento. A distanza di più di sessant'anni dalla Liberazione, i protagonisti e i testimoni diretti, di quella drammatica e luminosa stagione della nostra storia, ci stanno pian piano lasciando. Diviene pertanto ancor più necessario ed urgente un impegno comune, volto a far sì che la memoria vissuta di quegli anni si trasformi in un vivente ricordo collettivo, da tramandare di generazione in generazione. Come ci ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo limpido e caloroso messaggio per l'anniversario di Malga Zonta, "È nostro compito impegnarci affinché le future generazioni avvertano il dovere di onorare con consapevolezza e gratitudine il sacrificio di quelle giovani vite". Una Nazione è tale se è accomunata da un patrimonio di valori condivisi. Un patrimonio che non si crea all'improvviso e con un semplice atto di volontà, ma si accumula nel tempo, si forgia nel crogiuolo della storia, nel mezzo delle passioni e dei conflitti, delle gioie e delle speranze e ancor più delle angosce e delle sofferenze di un popolo. Si è parlato tanto, negli ultimi anni, a proposito e spesso a sproposito, di porre le basi, in Italia, per una "memoria condivisa". È giusto porsi questo obiettivo. Ma una memoria condivisa non può essere il frutto di una media matematica, tra i torti e le ragioni di chi in quei terribili giorni si trovò su fronti contrapposti. Una memoria condivisa può fondarsi solo su una comprensione del senso profondo di ciò che accadde in quella decisiva stagione. E il senso di quel passaggio storico è chiaro e indiscutibile: l'Italia lottò duramente, anche contro se stessa, contro una parte di sé, una parte che era stata ampia e per una fase perfino maggioritaria, per liberarsi dalla dittatura fascista, dall'occupazione nazista e dalla guerra, una guerra ingiusta e sbagliata. E quella lotta di liberazione, con l'apporto determinante e indimenticabile delle potenze alleate, fu coronata da successo: l'Italia, tutta l'Italia, conobbe la sua Liberazione; tornò ad assaporare il gusto della libertà; si dette per la prima volta una Costituzione repubblicana e democratica; insieme alle altre nazioni libere d'Europa, ripudiò la guerra e scelse la pace; con loro e con l'aiuto degli Stati Uniti d'America, si rimboccò le maniche e ricostruì ciò che la guerra aveva distrutto, fino a fare del nostro Paese una delle grandi potenze industriali del mondo. Questa è la nostra storia. Questa è dunque l'unica memoria che possiamo condividere. Una memoria dentro la quale può e deve esserci lo spazio per la pietà nei confronti di tutti i caduti, insieme al rispetto per tutte le scelte operate in buona fede. Non può e non deve esserci invece oblio, o equivoco, sul senso di un passaggio storico decisivo per la stessa identità del nostro Paese. Tra gli equivoci più frequenti, c'è quello che dipinge la Resistenza come un fenomeno elitario. E la Guerra di Liberazione come una guerra civile tra due minoranze, i partigiani e i repubblichini, che si combatterono aspramente nella dolente indifferenza della gran parte del popolo italiano. Le cose non stanno così. Non è questa la storia di quegli anni. E' vero che i partigiani furono una minoranza. Non poteva essere altrimenti. Ma la Resistenza non fu solo opera dei partigiani. La Resistenza fu un movimento assai più vasto, del quale i partigiani furono una delle componenti, per quanto essenziale. Un movimento che coinvolse il popolo italiano nel suo insieme. Come ha più volte sottolineato il Presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, la Resistenza fu opera anche delle centinaia di migliaia di soldati che dopo l'8 settembre si rifiutarono di giurare fedeltà alla Repubblica sociale: molti di loro pagarono con la vita quella scelta, come accadde a Cefalonia; molti altri furono deportati e internati nei Lager nazisti, dai quali in 50 mila non fecero più ritorno; altri ancora andarono ad ingrossare le fila delle formazioni partigiane. Più in generale, dopo l'8 settembre, tutti gli italiani furono posti dinanzi ad una scelta, grande e drammatica: da che parte stare. Non solo i combattenti, soldati o partigiani. Non solo i militanti politici. Le donne, gli anziani, i ragazzi, i parroci, le suorex Aprire o non aprire la porta, a chi bussa di notte. Nascondere o no i ricercati, perché partigiani, soldati, italiani o angloamericani, o magari solo perché ebrei. Dare loro alloggio, dividere con loro il poco cibo a disposizione. Rischiare o no, per loro e con loro, la prigione, la tortura, la vita stessa. La stragrande maggioranza degli italiani, in un crescendo progressivo, fece la sua scelta. Si schierò: dalla parte di chi combatteva la dittatura fascista, nella sua livida reincarnazione repubblichina, e l'occupazione nazista, con la sua gelida ferocia. Così facendo, il popolo italiano, i tanti resistenti italiani, in montagna o nei Lager, nelle cascine o nei conventi, salvò l'onore dell'Italia, compromesso dal fascismo, dall'alleanza con Hitler, dalla guerra di aggressione ormai perduta. E' in questo contesto che va inquadrato, per essere compreso, il tragico ed eroico episodio di Malga Zonta. Siamo nell'estate del 1944. In tutto il Nord Italia si vanno ingrossando le file delle formazioni partigiane, perché un numero crescente di giovani sceglie di scappare in montagna: per avversione al nazifascismo e all'occupazione straniera e anche per sfuggire al reclutamento coatto o alla deportazione in Germania. Le divisioni partigiane crescono. Si fanno così più pericolose, ma anche più vulnerabili. Hanno bisogno di armi, di cibo, di vestiario e generi di conforto. Devono esporsi, scendere a valle, o attendere nelle radure il lancio notturno di materiale bellico da parte dell'aviazione alleata. Tra i tedeschi aumentano la preoccupazione, la tensione, la paura. Per loro diventa vitale difendere la via del Nord, il collegamento col Brennero, attraverso la Vallagarina e la Valsugana. Per mantenere i contatti con la Germania. Per ricevere rifornimenti. Per tenere aperta una via di fuga, nel caso, ormai considerato probabile, si rendesse necessaria una ritirata verso Nord. Il comando tedesco decide quindi di procedere ad una serie di grandi rastrellamenti, tesi a "bonificare" dalla presenza delle formazioni partigiane il territorio, di enorme rilevanza strategica, compreso tra la Vallarsa e il fiume Agno ad Ovest e il Brenta a Nord-Est: ai confini tra le province di Vicenza e di Trento. A fine luglio il rastrellamento aveva interessato la zona del Pasubio, per il controllo del passo di Pian delle Fugazze. Il 12 agosto scatta il rastrellamento della zona tra Posina e Folgaria, con l'impiego di migliaia di uomini. Nella notte tra l'11 e il 12 agosto, a Malga Zonta aveva trovato riparo una piccola pattuglia partigiana, guidata da un comandante non ancora ventenne, la medaglia d'oro al valor partigiano Bruno Viola, detto "Marinaio", perché aveva servito nella Marina: data l'età, suppongo per un periodo assai breve. Ai suoi ordini, c'erano due diciottenni, cinque diciannovenni, un ventenne, un ventunenne, due ventiduenni, un ventitreenne e un trentaduenne. Salvo quest'ultimo, tutti ragazzi, per la legge di allora quasi tutti minorenni. Minorenne lo stesso comandante. E per di più quasi inermi: pare avessero in tutto quattro fucili. Erano a Malga Zonta proprio per procurarsi le armi, che sarebbero dovute venire dal cielo, paracadutate dagli alleati. Invece arrivarono i tedeschi, alle quattro del mattino. Viola decise di resistere, aprendo il fuoco contro le ombre dei soldati. Non sappiamo se quella decisione gli fu fatale. Forse, se si fossero arresi, gli sarebbe stata risparmiata la vita. Forse, ma è assai improbabile. Certo, lo scontro a fuoco li perse. Ma mise in allarme altre formazioni partigiane nei dintorni, vanificando in buona parte, da un punto di vista militare, l'operazione di rastrellamento. Il sacrificio dei ragazzi di Malga Zonta non fu quindi vano. Risparmiò altre vite, di altri ragazzi. E favorì la resistenza delle formazioni partigiane. Inflisse così all'esercito tedesco, sia pure indirettamente, perdite assai più gravi dei tre soldati che, a quanto risulta, restarono sul terreno, qui a Malga Zonta. "Ribelli per amore", è la celebre definizione dei resistenti coniata da un partigiano cristiano, Teresio Olivelli. Per amore, non per odio. Anche per i ragazzi di Malga Zonta, l'amore fu più forte dell'odio. Quando finirono le munizioni e i partigiani dovettero cessare il fuoco, nella Malga si fece silenzio. Due tedeschi si avvicinarono ed entrarono, furono fatti prigionieri. Viola non pensò di ucciderli. Li fece uscire, insieme ai suoi compagni disarmati, con la speranza che quel gesto di umanità potesse essere ricambiato. Non fu così. I tedeschi, avuta salva la vita, riebbero la libertà. I ragazzi di Malga Zonta furono fucilati. Con loro, anche tre malgari: un uomo di 52 anni, un giovane di 24 e un ragazzo non ancora diciottenne. La fredda efficienza della inumana macchina di morte non poteva neppure capire il significato del gesto, umano, troppo umano, del povero Bruno Viola, "Marinaio". Anche qui, anche a Malga Zonta, ci imbattiamo nell'inquietante mistero della disumana macchina nazifascista. Una macchina di morte, perfetta nella sua efficienza tecnica e totalmente aliena da qualunque spirito di umanità: anzi, pensata, studiata, meticolosamente organizzata, per dare la morte, senza una domanda, senza un frammento di inquietudine. Viene da pensare alla creazione più efficiente e più mostruosa di quella macchina, il campo di sterminio, la fabbrica della disumanizzazione e della soppressione di massa degli esseri umani: milioni di morti, calcolati con la fredda efficienza con la quale si calcolano, in una grande fabbrica, i milioni di pezzi prodotti. Non riusciamo a sottrarci, nel ricordare qui uno dei tanti episodi di efficiente barbarie prodotti dal nazifascismo, e allargando lo sguardo a quell'immenso oceano di dolore che esso seppe produrre, non riusciamo a sottrarci alla domanda più dura, più difficile, più radicale: come è stato possibile? Come è stato possibile che da uno dei popoli più colti, più civili, più progrediti d'Europa, sia potuto scaturire un mostro così terribile e feroce? Come è stato possibile che la Nazione che ha dato al mondo Kant, Goethe, Beethoven, abbia potuto concepire, progettare e mettere all'opera Malga Zonta e Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema e le Fosse Ardeatine, Bolzano ed Auschwitz? Ed abbia potuto mettere al servizio di tanta barbarie il meglio della sua cultura: tecnologica, industriale, scientifica e perfino letteraria e filosofica? E come è stato possibile, dobbiamo aggiungere, che il popolo italiano, nella sua grande maggioranza, prima della guerra, abbia applaudito all'Asse Roma-Berlino, all'alleanza tragica tra due mostruosità come il nazismo e il fascismo? Come è stato possibile che la nostra civiltà, la civiltà europea, non dalle sue viscere, ma dalla sua mente pensante, abbia potuto generare tanta barbarie? Conosciamo tante risposte a queste domande. Risposte politiche, che rinviano al fenomeno aberrante del totalitarismo, di qualsiasi colore si dipinga. Risposte sociologiche, che ci parlano di masse in cerca di identità nazionale. Risposte storiche, che rinviano al grande tema dell'assetto delle nazioni europee. Tante risposte parziali, ognuna delle quali ricca di verità. E tuttavia incapaci di darci una risposta compiuta. Incapaci di sottrarci al senso di vertigine, che non possiamo non provare, affacciandoci sull'orlo di questo abisso di male. Un abisso, come tale difficile, forse impossibile da esplorare fino in fondo. Perché in questo abisso di dolore è racchiuso il mistero del male che abita nel cuore dell'uomo. Un male che può essere addomesticato, tenuto a bada, ma non vinto dalla mente, dalla conoscenza, dalla cultura. Se il cuore dell'uomo decide di odiare, il sapere, la scienza, la cultura, diventano essi stessi, in modo tragicamente paradossale, potenti strumenti di odio e di morte: servomeccanismi, che del male amplificano la portata e il potere. Solo il cuore dell'uomo, non la sua mente, può decidere per il bene, per l'amore, per la pace. Anche questo ci racconta Malga Zonta. In quell'alba tragica, non ci fu solo la rappresentazione del mistero del male, incarnato dalla gelida, disumana efficienza della macchina bellica tedesca. Come una piccola fiammella nel buio, apparve anche, sia pure per un solo istante, il mistero del bene, del quale pure il cuore dell'uomo è capace. Bruno Viola, non ancora ventenne, risparmia i due militari tedeschi. E chiede salva la vita per i suoi compagni inermi. Forse grazie alla sua giovane età, egli è ancora capace di sperare. Spes contra spem. Spera, il "Marinaio", contro ogni speranza, che dentro la macchina di acciaio che sta stringendo in una morsa letale lui e i suoi compagni, possa esserci un cuore, capace di pietà, di compassione, di misericordia. Quel cuore non c'è, o almeno non riesce ad uscire dalla corazza d'acciaio. Ma nella comunione di destino che in definitiva unisce, nella mostruosità della guerra, vincitori e vinti, vittime e carnefici, spetta a Bruno Viola testimoniarne l'esistenza, anche per conto dei suoi fucilatori: qualunque cosa voi facciate, sembra dire loro, accanto al mistero del male più profondo, insensato, radicale, c'è il mistero del bene, ugualmente assoluto e gratuito, del quale pure è capace il cuore dell'uomo. "Bisogna avere uno spirito duro e un cuore tenero", raccomandava il grande filosofo francese Jacques Maritain. Per quel che siamo riusciti a ricostruire, di quell'alba tragica del 12 agosto 1944, Bruno Viola "Marinaio" fu capace dell'uno e dell'altro: ebbe lo spirito duro del resistente, che non esita a mettere in gioco la sua vita, per contrastare l'orrore nazifascista; e il cuore tenero di chi sa provare umana pietà, per i suoi inermi compagni e per gli stessi tedeschi fatti prigionieri. La bella frase di Maritain è citata nel Diario di Sophie Scholl, giovane martire della Rosa Bianca. Lo ricordava nel 1993 l'allora Presidente della Repubblica federale tedesca, Richard von Weizsäcker, in un indimenticabile discorso all'Università di Monaco. Il nazismo, disse von Weizsäcker, ma potremmo dire lo stesso del fascismo, ribaltava quella massima maritainiana: "gli spiriti dovevano essere appiattiti, i cuori dovevano indurirsi fino all'abbrutimento". Questo irriducibile contrasto è di una sconvolgente attualità. Potremmo dire che è il nocciolo della questione politica del nostro tempo. Anche grazie ai martiri di Malga Zonta, la barbarie nazifascista è stata sconfitta e in Italia e in Europa hanno vinto la libertà e la democrazia. Ma la libertà e la democrazia non sono una conquista irreversibile. La loro vita dipende dallo spirito e dal cuore del popolo che le abita. Libertà e democrazia non possono vivere a lungo, in un popolo nel quale prevalgano lo spirito conformista e l'indifferenza del cuore, la superficialità spirituale e l'ignavia morale, la riduzione del proprio orizzonte di vita all'acquisizione materiale di sempre nuove, inutili cose, mentre si atrofizzano, fino a spegnersi, l'attenzione e la cura per gli altri. Per vivere e crescere, libertà e democrazia hanno bisogno di donne e uomini, ragazze e ragazzi dallo spirito forte e dal cuore tenero: persone dalla schiena diritta, capaci di grandi ideali e grandi passioni, impegnate nella ricerca di un senso non effimero per la propria esistenza e di una visione della propria libertà come responsabilità verso se stessi e verso la collettività. Persone consapevoli che in un mondo che si è fatto piccolo, non può esserci bene duraturo che non sia condiviso. Non può essere durevole il benessere, se non si estende, almeno tendenzialmente, a tutta l'umanità. Non può resistere la pace in casa nostra, se il mondo intero non cammina verso la pace. Non possono crescere libertà e democrazia, qui da noi, se troppi esseri umani vivono ancora senza conoscerne il gusto. Nei sessantadue anni che ci separano dall'eccidio di Malga Zonta, non ci siamo mai trovati nella terribile condizione esistenziale nella quale si trovarono Bruno Viola e i suoi ragazzi: la condizione di dover affrontare il supremo sacrificio della vita nel nome di ideali, valori, principi umani, più grandi della vita stessa. Ma non sappiamo se questa felice condizione, una condizione di straordinario privilegio se confrontata con quella di tutte le generazioni che ci hanno preceduto e con la stessa condizione di gran parte dell'umanità contemporanea, potrà durare ancora. Ce lo auguriamo tutti, vorremmo anzi che essa fosse condivisa da una cerchia sempre più vasta di persone e di popoli, ma non sappiamo se sarà così. Viviamo un tempo di grandi e rapidi cambiamenti, ma anche di drammatici squilibri e insopportabili ingiustizie. Un tempo nel quale il sapere e il potere dell'uomo crescono a ritmi vertiginosi. Ma anche un tempo come pochi altri nel passato capace di odio, di male, di morte. Davvero, letta in controluce con le immani tragedie dell'umanità contemporanea, questa nostra commemorazione, di una vicenda tragica come quella di Malga Zonta, è tutt'altro che lo stanco ricordo di un avvenimento ormai lontano. Al contrario, è il richiamo ad un presente che continua attorno a noi e che può tornarci addosso, sorprendendoci increduli e impreparati. Del resto, se continuiamo a venire in tanti, qui a Malga Zonta, come in molti altri luoghi, come questo sacri alla nostra memoria, non è solo per abitudine. È perché avvertiamo che storie come quella che si è consumata qui, sessantadue anni fa, parlano ancora, a noi e di noi. E' perché sappiamo che anche noi dovremmo riuscire ad essere, come Bruno Viola e i suoi compagni quel tragico mattino, forti nello spirito e teneri nel cuore. Viva la Resistenza! Viva la Pace!